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gennaio 26, 2012 / daviviol

LIMA

Oggi Lima compie 477 anni. Tanti ne sono passati da quando Francisco Pizarro qui decise di fondare quella che sarebbe diventata la capitale del virreinato spagnolo. Non a caso il suo nome originariamente era Ciudad de los Reyes, simbolo della vittoria della corona spagnola e dell’assoggettamento delle culture preispaniche a quella cattolica ed europea dell’epoca. Ma non ci volle molto perché la gente di queste terre riprese possesso almeno del nome di quella valle che era da diversi secoli conosciuta come Rimaq, dal nome del fiume che la scavò, che in quechua significa “che parla”, perché i fiumi parlano, bisogna solo sapere ascoltare. Ma la riconquista del nome di queste terre non fu l’unica piccola vendetta che gli utlimi Inca rimasti vivi riuscirono ad ottenere. Leggenda vuole che l’ubicazione stessa della città fu suggerita a Pizarro da un Inca stesso, il quale gli fece notare come la conformazione della costa in quel punto fosse l’ideale per l’istallazione di un porto sicuro. Gli Inca conoscevano palmo a palmo il territorio che oggi va dal Sud della Colombia al Nord del Chile, il legame con la terra, con la Pachamama, era qualcosa più che sacro, direi viscerale. Sapevano bene quindi che in quella valle per quasi 8 mesi l’anno il cielo era grigio, le nuvole bassissime, il freddo fastidioso. Oggi questo strano fenomeno meteorologico è conosciuto e documentato, 5 secoli fa nella mente di chi architettò l’inganno dovette sembrare la giusta punizione del Dio inti (sole) nei confronti degli invasori stranieri. E così anche la scelta della data della fondazione concordata per metà Gennaio, in piena estate, quando il sole illuminava le pianure, gioco la sua parte in questo piccolo grande inganno. Gabriel Garcia Marquez in diversi racconti discorsi e interviste sostiene con forza e orgoglio che la miglior dote dei suoi antecedenti precolombiani, ancora oggi viva e pulsante nel cuore e nelle menti dei sudamericani, sia la creatività. La stessa che venne utilizzata per creare il mito di El dorado con l’intenzione di rallentre l’avanzata della cavalleria spagnola guidata da comandanti troppo avidi e certi della loro infallibilità per accorgersi che El dorado non esisteva. Alla creatività io ci aggiungerei un delizioso senso dell’ironia.

La Lima di oggi è… come si fa? Come si fa a trovare gli aggettivi giusti per descrivere una megalopoli che ha recentemente sfondato il muro dei 10 milioni di abitanti. Come si fa ad articolare in un pensiero il tutto e il niente che oggi è Lima. Da dove inizio..chiudo gli occhi, sono in plaza dos de mayo, il traffico è frenetico, il rumore costane. Ad ogni semaforo c’è un piccolo mondo fatto di pagliacci e ballerine, venditori di bibite e gelati. Non c’è tempo per fermarsi, la fame attanaglia e il sole del deserto brucia. Mi sposto, salgo su un micro e in pochi minuti sono sulla Panamericana. Niente di mitico o romantico, Manu Chao si sbagliava. Solo una lunga interminabile fila di camion e colonne di fumo visibili a occhio nudo. La sera però.. dal ponte del Boulevar di Los Olivos la vista si fa bella, non riesco a non restare appoggioato al parapetto fissando il traffico, ma forse è così solo perché mancano 5 giorni al mio rientro, forse Manu Chao aveva ragione.

Esco da un campetto di cemento nel quale ho appena giocato. Come da tradizione la partita si è conclusa con delle birre e molte chiacchiere, ma dove sono? Stavolta non mi ricordo nemmeno il nome del distretto e a giudicare dallo sporco che c’è per strada devo essere arrivato più lontano del solito.

E quell’universo di negozi e mercati, quei quartieri interi dove si producono solo vestiti, solo rame, solo carta e così via, quella musica all’inizio fuori luogo e poi pian piano che diventa un tutt’uno con i ricordi.

E sulla costa verde che da sul pacifico il sole tramonte tra le onde e  c’è sempre vento.. ed una città con molto vento è più bella perché è  una città dove le bandiere sventolano senza mai fermarsi.

Torno a casa, ebrio d’alchol e di vita, mi fermo a fare due chiacchiere col portiere senza avvertire l’obbligo di farlo dettato altrove dalla routine e dal senso civico. No, nada que ver, ho voglia che mi racconti come stanno i bambini, dove ha studiato da giovane, come era Lima 30 anni fa, cosa fu il terrosismo e che significarono 10 anni di dittatura, come vede il paese oggi e che pensa dell’occidente. Ogni notte è andata così. Ieri infine mi ha regalato un libro mentre io trattenevo le lacrime.

Tu vai a Chorrillos? Sei stato a Puente Piedra? Che ci facevi nel Rimaq? Nel centro di Lima? Dopo le 10? Da solo??? Ma sei impazzito! Te le vai a cercare…

Si, me le vado a cercare, me le sono sempre andato a cercare..le anime della città.

Hasta pronto Lima, hasta luego amigos mios

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